Il problema non sono gli stranieri in classe. È la società che vogliamo

Il tetto del 30% agli studenti stranieri affronta un fenomeno marginale senza interrogarsi sulle disuguaglianze che lo producono. La scuola, invece, dovrebbe essere il luogo in cui il pluralismo diventa una risorsa, non un problema da distribuire.

Il problema non sono gli stranieri in classe. È la società che vogliamo
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22 Settembre 2026 - 14.41 Culture


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di Filippo Belloc*

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Giorgia Meloni ha annunciato un provvedimento che fisserebbe per legge un tetto del 30% di studentesse e studenti stranieri per classe. Non sarebbe per altro una novità: un limite esiste già dal 2010, introdotto da una circolare dell’allora ministra Gelmini. La proposta di cui parla la premier Meloni è far diventare questo limite vincolante con un decreto.

Inquadriamo intanto la consistenza reale del fenomeno. Se si contano solo gli stranieri nati all’estero (cioè quelli davvero esposti a difficoltà linguistiche iniziali, escludendo le seconde generazioni nate e cresciute in Italia) le classi sopra soglia sono lo 0,6% a livello nazionale. Un problema statisticamente marginale.

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Il sasso nello stagno, comunque, è stato lanciato. Nella lettura più benevola, per spostare l’attenzione lontano dal vero degrado della scuola italiana: edifici vecchi e spesso fuori norma, classi sovraffollate, organici insufficienti, insegnanti pagati poco e mal distribuiti sul territorio. Nella lettura meno benevola, è una provocazione a uso elettorale, funzionale alla competizione a destra con la Lega e soprattutto con Vannacci, che denota la pericolosità culturale della destra di governo (invece di disinnescare le derive più torbide, sceglie di farle proprie).

Le prime reazioni, però, non convincono. La linea più diffusa è stata: “il limite c’è già, e dove non si applica è perché materialmente non si può”, magari aggiungendo che la maggior parte delle ragazze e dei ragazzi conteggiati come “stranieri” sono nati in Italia, e che comunque non si vede come si potrebbero smistare bambine e bambini in plessi lontani chilometri da casa senza fargli percepire, in modo ancora più netto, di essere un problema da distribuire piuttosto che parte di una comunità.

È una risposta corretta nei fatti, ma debole dal punto di vista culturale: accetta che il problema sia la presenza degli stranieri in classe, una presenza da limitare e contingentare. Ribatte ai numeri di Meloni con altri numeri, restando dentro la sua domanda.

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Ci dovremmo invece chiedere perché esistono classi e scuole con alta concentrazione di studenti stranieri. Non è un fatto di sola competenza delle scuole, è un fatto urbano e sociale. Frammentazione territoriale, marginalizzazione abitativa, integrazione debole diffusa sul territorio, in certi casi vere e proprie enclave. La scuola non fa che fotografare la geografia delle disuguaglianze fuori dai suoi cancelli. Il tema, allora, è come si distribuisce la nostra società nei territori: carenza di servizi di supporto dentro e fuori la scuola, politiche abitative diseguali, presidi sociali che mancano nei quartieri più fragili. E se davvero il problema fosse la lingua e la comprensione del testo, dovremmo guardare i dati Invalsi nel loro complesso: le difficoltà di lettura e comprensione non riguardano solo gli studenti stranieri, riguardano larga parte degli studenti italiani.

Ma il punto più profondo è un altro ancora: che società vogliamo essere? Una società che tratta il pluralismo culturale come un rischio, oppure una società che sa che la propria crescita passa proprio da lì? Un dato eloquente arriva dalla letteratura economica sull’immigrazione e l’innovazione: nei contesti in cui sono stati condotti studi puntuali, i cittadini di origine straniera contribuiscono alla produzione di nuova conoscenza e nuove tecnologie in misura sistematicamente superiore al loro peso demografico. I motivi sono diversi: si creano nuovi ponti relazionali e reti con conoscenze straniere, maggiore diversità cognitiva nei gruppi di lavoro, e spillover che stimolano chi lavora al loro fianco. Insomma, il pluralismo, quando viene messo in condizione di funzionare, non impoverisce, bensì arricchisce.

Se questo è vero, la scuola dovrebbe essere il primo luogo in cui questa scommessa si gioca. Sarebbe bello, su questo, sentire una voce più netta anche dalle università (non solo quelle “per stranieri”): istituzioni che fanno di internazionalizzazione, pluralismo e apertura culturale un asse strategico dichiarato. Il tetto in classe riguarda le bambine e i bambini di oggi. Ma la domanda su quale società costruiamo attraverso la scuola riguarda tutte e tutti, università comprese.

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* docente di Politica Economica e Direttore del Dipartimento di Economia Politica e Statistica dell’Università di Siena

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