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Maldive: l’intervista all’istruttore subacqueo che evidenzia le potenziali criticità dell’immersione

Abbiano intervistato Carlo Lorenzetti, istruttore subacqueo di consolidata esperienza, per discutere sui rischi e sulle criticità che possono aver causato l’incidente nella grotta sottomarina. Immergersi a quelle profondità con l’attrezzatura che avevano, afferma, è un qualcosa “al limite del possibile”.

Maldive: l’intervista all’istruttore subacqueo che evidenzia le potenziali criticità dell’immersione
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17 Maggio 2026 - 23.17 Culture


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di Lorenzo Lazzeri

Le operazioni di recupero dei corpi sono costatate una nuova vita. Un sommozzatore della Maldives National Defence Force è morto durante i turni di immersione nella grotta di Alimathaa, dove si trovano ancora i corpi di Monica Montefalcone, Giorgia Sommacal, Federico Gualtieri e Muriel Oddenino. L’unico recuperato resta Gianluca Benedetti, istruttore e operations manager della Duke of York, la safari boat ora sequestrata a Malé con la licenza sospesa a tempo indeterminato. I soccorritori scendono pesanti, con molte bombole con semplice aria compressa, per installare le asole guida necessarie a entrare nella grotta e orientarsi nei passaggi interni. Ma il rischio è elevatissimo: non sono certificati per il trimix, una miscela specifica per quelle profondità, e operano in aria compressa ai limiti sia della narcosi da azoto che dell’iperossia (l’eccesso di ossigeno). Nelle ultime ore stanno arrivando esperti certificati da altri paesi.

Per capire la dinamica tecnica di quanto è accaduto abbiamo intervistato Carlo Lorenzetti, istruttore subacqueo con oltre 1.600 immersioni, esperto di miscele tecniche e impegnato nella didattica FIPSAS.

La guardia costiera sta scendendo “pesante”, con molte bombole, per installare le asole guida nella grotta. Ma non sono certificati per il trimix.

È esattamente la problematica che abbiamo in Italia. La FIPSAS, la didattica che seguo, è tra le poche a formare i vigili del fuoco per il trimix. Ci sono due centri operativi, Genova e Napoli. Senza quella formazione non hai copertura oltre i 45 metri.

Negli anni ’90 eravamo dei pazzi a scendere a 60 metri in aria, ma ancora mancavano studi e regole.

Esatto. Se la nave non aveva elio a bordo e sono scesi in aria compressa standard, come mi dici. Con una PPO₂ massima di 1,4 e il 21% di ossigeno dell’aria, la profondità massima operativa è 56 metri, sulla lama del rasoio. Ci potevano andare in aria, tecnicamente. L’1,4 è la soglia di guardia, l’1,6 quella del danno grave. Da quello che risulta si arrivava intorno a 1,5. Per la nostra didattica, l’1,6 è concesso solo in emergenza e per una toccata e fuga, aiutare un compagno in difficoltà. Va sempre moltiplicato per il tempo di esposizione.

Risulta che sono scesi con una bombola da 15 litri a 230 bar. Quanto tempo sarebbero potuti stare in quota di lavoro?

Mi sono fatto un calcolo sui consumi. Bombola da 15 litri a 230 bar: 3.450 litri totali. Tolti i 750 di riserva e le perdite di discesa e risalita, rimangono 2.210 litri utili a 50 metri. Diviso il consumo a quella quota: 18 minuti utili. Ma dopo 5 minuti sei già fuori dalla curva di sicurezza. Se ci resti 18 minuti ti becchi mezz’ora di decompressione, che raschia via quasi tutta la riserva. Dati alla mano: un’immersione al limite assoluto. E senza contare un ingresso in grotta.

Nei log del computer di Benedetti c’è uno spike di consumo improvviso: probabile panico. Le analisi sulla bombola della ricercatrice rimasta a bordo hanno già escluso qualsiasi contaminazione, anche da monossido di carbonio.

Sì, e in un primo momento avevo pensato proprio a quello. Ci penso sempre, quando sento di incidenti in zone come le Maldive. Io viaggio con un analizzatore di qualità dell’aria, 150 euro, ti misura le parti per milione di monossido e una volta mi è servito davvero. Una mattina, a bordo, mi va in allarme. Sei bombole del gruppo erano contaminate. C’era un foro nel piatto di scarico del tender che faceva ricircolare il monossido durante la ricarica. Sarebbe stato letale. Alle Maldive quasi nessuna barca carica le bombole a bordo: usano il dhoni, la barca appoggio, con motori a scoppio. Si allontanano sottovento per caricare, ma il rischio rimane.

Il gruppo era sceso per mappare l’ingresso della grotta, non per entrarci. Non avevano l’attrezzatura per la grotta, e da quello che sappiamo nemmeno la certificazione. Come è possibile che l’accompagnatore non li abbia fermati?

Molto probabilmente gliel’hanno chiesto loro, sul momento. E quando un cliente chiede qualcosa in certi contesti, con quell’acqua, quella bellezza, quell’euforia, è molto facile che alla fine la guida li accontenti. Ma un istruttore serio non avrebbe dovuto. Io con tutte le mie immersioni, certificato trimix, uso il rebreather e, malgrado ciò, in grotta non mi avventuro perché non ho il brevetto specifico. Non è paura: so esattamente cosa serve. Sagole guida, bibombola, bombole decompressive, doppie lampade, fruste lunghe. Basta una pinneggiata sbagliata che alza il sedimento e non vedi più niente, non oltre il palmo della mano. Senza la linea guida non trovi l’uscita e anche se rimani calmo l’aria finisce. È già successo a Palinuro, in condizioni simili.

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