Scegliere il candidato premier attraverso le primarie è pericoloso. Mi riferisco all’idea già balenata, dopo la vittoria del No al referendum, nel cosiddetto “campo largo”. Un “campo” che ad oggi sembra più la piazza confusa e disordinata alla fine del giorno di mercato dove si vedono ancora i banchi ma non si capisce più chi vende cosa.
Non nego che le file ai gazebo e lo svolazzare di schede siano un appetibile esercizio di democrazia diretta ma hanno quel sapore acido di improvvisazione come quando si apparecchia per molti senza sapere chi e quanti arriveranno. Figuriamoci il livello di acidità se si cerca di mettere in tavola solo le buone intenzioni prodotte da Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni e Magi elaborate da Renzi con le sue sempre più creative salsine.
Le primarie, per funzionare davvero, dovrebbero poggiare su un presupposto quasi mitologico come l’esistenza di una proposta politica completa e condivisa totalmente. Una chimera per il “campo” che così rischierebbe di produrre un’incoronazione populista travestita da popolare, con tanto di candidato-premier investito come se il Quirinale fosse una formalità notarile. Peccato che, secondo l’Articolo 92 della Costituzione, l’unico con la penna in mano resti il Presidente della Repubblica.
E quando la maggioranza non c’è, o è fragile come una bolla di sapone, il Presidente deve decidere. Con discrezione, responsabilità e, se necessario, con quel tanto di “tradimento” dell’investitura populista che fa scandalo solo a chi fa confusione tra politica e televoto.
Ecco perché la semplificazione della politica attraverso le primarie rischia di complicare l’equilibrio istituzionale. Come se per raddrizzare un quadro storto alla parete di casa decidessimo di inclinare tutta la parete: risolviamo l’estetica a danno della stabilità strutturale.
