“Dal 2022, la guerra condotta dalla Russia ha causato la morte di 346 artisti ucraini e stranieri e di 132 professionisti dei media”. Con queste parole Kiev ha reagito alla decisione della Biennale di Venezia di consentire il ritorno della Federazione Russa alla prossima Esposizione Internazionale d’Arte, in programma dal 9 maggio.
Dopo il gelo espresso dal governo italiano, come riporta Francesca Chiri di Ansa, è arrivata la presa di posizione ufficiale dei ministri ucraini degli Esteri, Andriy Sybiga, e della Cultura, Tetyana Berezhna. Kiev ha invitato gli organizzatori a “riconsiderare la loro decisione” e a “mantenere la posizione di principio dimostrata dal 2022”, quando la Biennale aveva escluso chiunque fosse legato al governo russo in segno di protesta contro l’invasione dell’Ucraina.
La Russia era rimasta assente anche nell’edizione del 2024, ma ora è prevista la partecipazione di circa 40 artisti nel Padiglione russo per la 61ª edizione della Biennale, diretta da Pietrangelo Buttafuoco, dal quale il ministro della Cultura italiano Alessandro Giuli ha recentemente preso le distanze a nome del governo. Nel loro intervento, i rappresentanti ucraini hanno ricordato anche come la Russia abbia distrutto o danneggiato migliaia di siti e abbia usato la cultura come strumento di influenza politica.
Accanto alla polemica emerge però anche un altro tema: la quasi totale assenza di artisti italiani tra i 111 partecipanti, tra artisti, collettivi e organizzazioni, selezionati dalla curatrice Koyo Kouoh per la mostra In Minor Keys. Una presenza che viene recuperata solo in parte grazie al padiglione della Repubblica della Guinea, che ha affidato la curatela del proprio spazio all’italiano Carlo Stragapede, che ha organizzato una collettiva con oltre sessanta artisti, in gran parte italiani.
Secondo Gian Maria Tosatti, artista di fama internazionale ed ex direttore della Quadriennale, si tratta di “un’anomalia” che riflette una crisi dell’arte contemporanea italiana in atto da almeno vent’anni. Un pensiero condiviso anche dal critico Luca Zuccala, direttore del Giornale dell’Arte, che all’Ansa ha commentato: “Più che uno scandalo è un sintomo”, legato sia alla percezione internazionale dell’Italia sia al modo in cui noi cittadini italiani trattiamo l’arte contemporanea.
Sulla presenza russa, Zuccala giudica “ingenua” la posizione di chi si appella al dialogo: se la presenza della Russia è inevitabile, afferma, dovrebbe trasformarsi in uno spazio di frizione critica autentica. Il rischio, altrimenti, è che la piattaforma di comunicazione internazionale venga utilizzata come strumento di “soft power”, trasformando lo spazio del dialogo in un monologo persuasivo travestito da apertura culturale.
