La Biennale arte 2026 sarà “postuma”, perché la direttrice camerunense-svizzera Koyo Kouoh nominata nel 2024 è morta ad appena 57 anni per malattia nel maggio 2025. Il lutto ha lasciato inevitabilmente un velo di malinconia. Al tempo stesso la rassegna vuole ispirarsi al jazz, essere fonte di vitalità e di aperture alle parti del globo spesso lontane dai riflettori, incluse più culture africane, come naturale con una studiosa che dirigeva il museo di arte contemporanea Zeit di Città del Capo. A quanto si deduce si potrà leggere la mostra veneziana anche attraverso le lenti della politica e del vivere collettivo in modo tangenziale e non didascalico. Ma, ed è francamente bislacco, non ci saranno artiste o artisti del nostro paese.
“La 61esima Biennale Arte non intende essere né una litania di commenti sugli eventi mondiali, né un atto di disattenzione o di fuga dalle crisi complesse e continuamente intrecciate. Al contrario, essa propone una connessione radicale con l’habitat naturale e il ruolo originario dell’arte nella società: quello emotivo, sensoriale, affettivo e soggettivo”. Lo hanno detto e scritto i cinque co-curatori, che la curatrice aveva scelto con vari ruoli come squadra, nella conferenza stampa diffusa online dall’ente veneziano in un documento letto a turno: Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Hélène Pereira, Rasha Salti, Siddhartha Mitter, Rory Tsapayi.
La mostra si terrà ai Giardini e all’Arsenale da sabato 9 maggio a domenica 22 novembre, per i biglietti acquistati entro il 31 marzo (“Early bird”) ci sarà uno sconto e ha come titolo “In Minor Keys”. In tonalità minori, con un rimando musicale, e per i curatori al jazz, che non vuol dire affatto in tono minore. “Se nella musica le tonalità minori sono spesso associate alla stranezza, alla malinconia e al dolore, qui si manifestano anche nella loro gioia, consolazione, speranza e trascendenza”, scrive il quintetto. Come accade nella vita, felicità e tristezza spesso si mescolano. Infatti, ha ricordato la storica responsabile dell’ufficio stampa Cristiana Costanzo, non si è mai vista una Biennale senza la direzione artistica scomparsa prematuramente.
I cinque co-curatori hanno ricordato come la rassegna abbia preso forma in una settimana serrata nell’aprile 2025 all’ombra di un mango nel centro culturale di Dakar Raw Material Company di cui Kouoh era direttrice artistica: coincidenza curiosa, hanno raccontato, ogni qual volta sceglievano un artista un frutto saporito cadeva all’albero. La curatrice sapeva che non avrebbe visto la fine del percorso. “L’ultimo giorno, certa di aver raggiunto l’obiettivo più difficile, Koyo ha assegnato a ciascuno di noi una missione. La mostra ormai aveva assunto forme concrete, non era più solo un’idea o un’intenzione. Riuscivamo a sentire la musica che con tanta grazia Koyo aveva composto insieme a noi sotto l’ombra protettiva di un generoso albero di mango”.
“In Minor Keys si presenta come una partitura collettiva”, avvisa il quintetto nel suo documento. Saranno 111 gli artisti convocati “tra artisti, artiste, duo, collettivi e organizzazioni”. Provenienti da ogni parte del globo. Spingendo ancora più sull’acceleratore rispetto a edizioni come la Biennale del 2013 diretta da Massimiliano Gioni, sono quasi tutti nomi sconosciuti certo a noi grande pubblico ma spesso anche a chi è del settore.
Tra i noti almeno a chi scrive figurano la compositrice, performer, musicista e autrice di installazioni Laurie Anderson, un Nick Cave di Chicago (non lo si confonda con l’omonimo grande rocker australiano), il ripescaggio del padre delle avanguardie Marcel Duchamp, la kenyana-statunitense Wangechi Mutu che ha rappresentato di recente gli Stati Uniti proprio a Venezia.
Curiosamente invece nessuna partecipazione italiana: solo il britannico Theu Eshetu, che lavora anche a Roma, e il tedesco Carsten Höller, che vive anche in Toscana. Curiosamente anche perché chi ha scelto Koyo Kouoh, con sua stessa sorpresa, è il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco, intellettuale che si è detto di destra e lo ha nominato il ministro della cultura e Fratello d’Italia Alessandro Giuli.
Buttafuoco spiazza tutti. Spiazzerà la sua Destra ipernazionalista dalle aperte inclinazioni securitarie e dalle non sempre celate tendenze autoritarie (l’assenza di italiane/i non passerà inosservata da quelle parti) e spiazza anche molti di noi a sinistra perché non corrisponde agli schemi che di solito vediamo.
“È una mostra permeata di spirito, di una sacralità che rimette al centro la persona, che ritrova il senso dello stare al mondo riprendendo le misure, rispetto agli elementi della terra, e guardando di nuovo il cielo – dice Buttafuoco in conferenza stampa rimarcando la dimensione spirituale a lui cara -. Un percorso, quello di Koyo Kouoh, che recupera i rapporti umani, nati nei cortili e nel vicinato urbano. Le piccole cose, che sono grandi. La dimensione umana, misura di tutto, che una parte di mondo, quello più opulento e sazio, identificato nella parola ‘Occidente’, da tempo ha perso di vista, smarrito. Giunge quindi dalla dinamo dell’Africa, e da una delle sue voci più importanti il sussurro che ci riconduce all’essenziale, che ravvisa nell’uso delle nostre stesse mani la condizione più felice”. E quando il timoniere della Biennale accenna all’uso delle mani, lascia presagire che buona o gran parte delle opere sarà frutto del lavoro manuale degli artisti.
Forti le suggestioni letterarie a cui attinge “In Minor Keys”. A partire da romanzi epici e di notorietà mondiale come Beloved (Amatissima) dell’americana Toni Morrison e Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez. Oltre a un programma di performance ai Giardini ispirata a una processione di poeti africani del 1999 da Dakar a Timbuktu, nella conferenza stampa i co-curatori citano versi di Ben Okri.
Si può collegare il poeta, narratore e saggista nigeriano-britannico a una sezione nel Padiglione centrale nei Giardini dal titolo “Are – Shrines” dacché Okri ha scritto di “incanto” e una sua raccolta di racconti si intitola “Incidents at the Shrine”. In questa sezione Koyo Kouoh ha voluto il senegalese Issa Samb (1945–2017), artista, poeta, drammaturgo e cofondatore del collettivo rivoluzionario Laboratoire Agit’Art a Dakar, e l’americana Beverly Buchanan (1940–2015) per il suo “approccio anti-monumentale alla Land Art e all’arte pubblica in luoghi segnati da memorie storiche irrisolte”.
Non sarà assegnato un Leone d’oro alla carriera perché Koyo Kouoh non ha fatto in tempo a individuare a chi dare il premio. Tra tanti possibili passaggi, vale concludere con quanto dichiara in conferenza stampa chi rappresenta Bulgari, la casa di moda partner esclusivo della Biennale per le prossime tre edizioni e che ai Giardini presenterà un progetto del canadese Lotus L. Kang: “Sostenere l’arte significa sostenere la libertà” la frase pronunciata. Giusto insistere. Tanto più presentando un artista di Toronto che vive a New York, in un Paese dove la presidenza Trump mette in pericolo la libertà di ogni cittadino.
Il sito della Biennale di Venezia è https://www.labiennale.org/it
