I fascisti hanno ammazzato Matteotti, Giacomo Matteotti è vivo, potremmo dire parafrasando la notevole “Pablo” di De Gregori e pensando all’esempio morale, politico e civile che il politico socialista ha lasciato con la sua battaglia contro Mussolini e il fascismo mentre prendeva il potere. Una lotta pagata con la morte per mano di una banda di assassini il 10 giugno 1924. Viene da pensarlo in vista dello spettacolo “Matteotti. Anatomia di un fascismo” scritto da Stefano Massini e in arrivo da giovedì 16 (alle 19) a venerdì 17 e sabato 18 aprile (alle 21) alla Pergola di Firenze, sala del Teatro della Toscana di cui il drammaturgo e narratore fiorentino è direttore artistico.

Con la regia di Sandra Mangini, video di Raffaella Rivi, musiche di un eccellente autore come Enrico Fink eseguite dal vivo insieme ai Solisti dell’Orchestra multietnica di Arezzo, la scena di Federico Pian, lo spettacolo della durata di 70 minuti ha un’interprete unica di sicura presa e versatile in grado tanto di essere lieve come di affrontare prove drammatiche e perfettamente misurate quale è Ottavia Piccolo. Questa “anatomia di un fascismo”, riportano le note stampa, “ripercorre l’ascesa e l’affermazione di quel fenomeno eversivo che Matteotti seppe comprendere, fin dall’inizio, in tutta la sua estrema gravità, a differenza di molti che non videro o non vollero vedere”. Oltre a tanto cinema e televisione ne parla a globalist.it l’attrice che ha sempre calcato le tavole del palcoscenico.

Ottavia Piccolo, la domanda fondamentale è perché è necessario, oggi, uno spettacolo su Matteotti?
Si sa dell’assassinio di Matteotti, del perché e come è stato rapito e ammazzato il giorno stesso, del fatto che Mussolini lo sapeva benissimo: Massini voleva raccontare quello che magari sappiamo meno. Quando mi ha mandato il testo, al di là del fatto che era il centenario nel 2024, disse che aveva voglia di raccontare questa storia e di capire cosa aveva capito Matteotti, prima di altri, del fascismo montante. Man mano che abbiamo messo in scena il testo insieme alla regista Sandra Mangini, insieme ai musicisti e agli altri, abbiamo visto che in fondo “Anatomia di un fascismo” parlava dell’oggi, non dell’Italia soltanto: parlava della voglia dell’uomo, o della donna, forte, della voglia di azzerare diritti che dovevano essere regolamentati da sempre. Il pubblico lo recepisce come uno stimolo a ragionare.

Tomaso Montanari in un articolo sul “Domani” spiega perché ha scritto il suo nuovo libro “La continuità del male”, edito da Feltrinelli: “Il vaccino delle democrazie che rinascono dalla resistenza è il pensiero critico: un vaccino contro nuovi fascismi. Lo storico Marc Bloch scrive che quel pensiero critico era particolarmente necessario nella sua epoca, «più che mai esposta alle tossine della menzogna della falsa diceria». Parole non meno vere oggi, al tempo della post-verità, della crisi profonda delle democrazie, dell’intelligenza artificiale e di un nuovo controllo sistematico dell’informazione da parte del potere”.
Non sono così profonda come Montanari, che stimo moltissimo, e potrei veramente sottoscrivere tutto quello che dice anche rispetto a uno spettacolo che non è schierato, che non vuole nessun accostamento all’oggi. “Anatomia di un fascismo” va più in profondità, non strizza l’occhio al pubblico dicendo “guardate qui, è come oggi”. È uno spettacolo molto onesto e la regia sottolinea questa chiarezza. Sandra Mangini ovviamente ci ha messo del suo, come tutti noi.

In che modo, per fare un esempio?
Insieme alla videoscenografa Raffaella Rivi la regia proietta su uno schermo dietro di noi delle parole chiave ricavate dalle cose che succedono. Per esempio quando si parla dei braccianti sfruttati del Polesine perché Matteotti veniva da lì … Parlare di lavoro è un tema eterno perché si parla dello sfruttamento degli esseri umani. Quei braccianti erano alla fame nera mentre i ricchi possidenti e gli agrari si affidavano piano piano alle squadracce messe insieme da Italo Balbo. Raccontiamo la storia mettendo insieme cose che succedono nel mondo, non solo in Italia.

Come avete impostato lo spettacolo?
Io sono nello stesso tempo la narratrice, sono Matteotti, sua moglie Velia Titta, Italo Balbo, senza cambi di costume, senza niente: da un momento all’altro si salta dalla descrizione di quello che succede alle parole dette da uno o dall’altro. Per esempio verso la fine un pezzo, breve, di circa cinque-sei minuti, riprende l’ultimo discorso di Matteotti alla Camera, quello del 30 maggio del 1924, dove lui chiede che le elezioni vengano invalidate, dichiara che ci sono stati dei brogli, parla per un’ora e mezza interrotto continuamente da fischi e insulti. Lì io sono la voce di Matteotti, come nella scena prima lo sono di Velia Titta. Quattro giorni dopo il rapimento del marito lei ha chiesto di parlare con Mussolini ed è andata a Palazzo Chigi. Non si sa che cosa si siano detti, le gazzette riportano che lei ha pianto, si è disperata, che lui l’ha consolata ma non è vero niente perché Velia nelle lettere scrive di non aver mai pianto né chiesto niente ma solo di voler sapere dove era suo marito. In questo caso Massini mi fa dire cose che Velia Titta ha scritto tempo dopo e cioè che “quando si troverà il corpo di mio marito non voglio vedere nessuno della milizia fascista, non voglio vedere nessuno dei vostri camerati, nessuna camicia nera, nessuna bandiera, nessun gagliardetto, perché sono sicura che la colpa è vostra, che dipenda tutto da voi, perché voi siete i responsabili, soprattutto Mussolini”. Stefano fa agire i vari personaggi attraverso un’unica voce.

Massini rende una vicenda storica una drammaturgia teatrale perché il teatro ha le sue regole, le sue leggi: è così?
Esattamente. In più la regia fa agire i musicisti dell’Orchestra multietnica di Arezzo, compreso il bravissimo maestro che ha scritto le musiche Enrico Fink. I musicisti, e la musica, non sono d’accompagnamento, sono personaggi, sono di volta in volta il coro, gli agrari, i fascisti, le camicie nere, sono presenze molto molto forti. E rendono lo spettacolo non un teatro di narrazione: nella nostra modestia di saltimbanchi, siamo sicuri di aver fatto uno spettacolo, non una semplice lettura. Stefano è un drammaturgo notevole, da vent’anni faccio solo testi suoi, credo che questo sia il decimo messo in scena. Anche quando parla di cose lontane, come il caso Matteotti, o di migrazioni, racconta l’oggi.
Qui l’indirizzo web dello spettacolo alla Pergola di Firenze
https://www.teatrodellatoscana.it/it/evento/spettacolo/matteotti