Resistere al vuoto della provincia e colmarlo. Il caso dell’Aps People Involvement | Giornale dello Spettacolo
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Resistere al vuoto della provincia e colmarlo. Il caso dell’Aps People Involvement

Abbiamo intervistato Maria Assunta Baronale, presidente e promoter di un’Associazione di Promozione Sociale irpina attiva dal 2010, discutendo sulle mancanze e sulle opportunità di un comune dell’entroterra assimilabile a tanti altri.

Resistere al vuoto della provincia e colmarlo. Il caso dell’Aps People Involvement
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Agostino Forgione Modifica articolo

1 Agosto 2026 - 19.01 Culture


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Proprio in questi giorni si è tenuto un festival unico nel suo genere, che rifugge dalle consuete dinamiche di presunta valorizzazione tipiche del territorio irpino e di molti altri dell’Appennino. Abbiamo dialogato con la presidente e promoter dell’Associazione che lo organizza, chiedendole il suo punto di vista su cosa significhi investire realmente nei piccoli comuni di provincia e come vincere il vuoto che spesso li accomuna.

Viviamo in un territorio che viene valorizzato quasi esclusivamente dal punto di vista enogastronomico. Ciò fa sì che in estate la nostra provincia, come molte altre dell’Appennino, si trasformi in una grande sagra diffusa. Cosa ha fatto sì che voi abbiate scelto un modello di valorizzazione differente, con tutte le difficoltà del caso?

La nostra esperienza nasce nel 2010 dopo aver constatato che il nostro territorio, purtroppo, è afflitto da un’imperversante omologazione. Nulla da togliere alle sagre, agli agriturismi, ma abbiamo creduto che non potesse esaurirsi tutto qui. La nostra associazione punta ad altro, in particolar modo a prevenire e frenare il disagio giovanile, alla base delle varie forme di dipendenza. Da questo punto di vista la musica ha un forte potere catartico e comunicativo, è di sicuro uno dei più forti collanti sociali ed è capace di unire anche generazioni differenti. Quello che abbiamo creato, in sunto, è una macchina che lavora tutto l’anno, non solo in estate, tenuta assieme dalla passione di tutti i volontari che ne fanno parte.

Per un territorio come il nostro, con una densità demografica particolarmente bassa, proporre artisti “di nicchia” sembra quasi controintuitivo. Cosa vi ha insegnato la vostra esperienza a riguardo?

Effettivamente non abbiamo mai puntato agli artisti del momento, a quelli che cavalcano la cresta dell’onda, anzitutto perché siamo noi stessi a non ascoltarli. La nostra offerta, dunque, non ci ha mai permesso di fare grandi numeri, ma il nostro obiettivo non è mai stato quello. L’evento in sé per noi rappresenta solo la conclusione simbolica di un percorso ben più ampio. La selezione musicale proposta non è sempre piaciuta a questo territorio ma la nostra caparbietà ha fatto sì che nelle ultime edizioni i riflettori fossero puntati su di noi, raccogliendo presenze anche ben al di là della nostra provincia. È questo ciò che accade quando si è mossi anzitutto dalla passione.

Le espressioni “rigenerazione” e “valorizzazione” territoriale vengono spesso usate sinonimicamente, ma di fatto si tratta di aspetti ben differenti. Secondo lei di cosa ha bisogno il nostro territorio come molti altri dell’entroterra?

Trovo che il termine “valorizzare” sia uno di quelli purtroppo eccessivamente abusati, qui in Irpinia quanto altrove. C’è bisogno di qualcosa di nuovo, che non significa rinnegare o dimenticare le proprie tradizioni ma capire non ci si possa limitare solo a una loro continua riproposizione. E poi c’è il discorso dei finanziamenti. Noi siamo completamente autofinanziati, ma continuare a resistere senza alcuna sovvenzione è sempre più difficile.

Si parla sempre delle difficoltà e delle mancanze di cui soffrono i giovani che vivono nell’entroterra. C’è però anche qualcosa di positivo?

Io vivevo a Napoli, ho studiato lì e poi improvvisamente ho deciso di tornare qui (in Irpinia, n.d.r.). Può sembrare retorico, ma per me il più grande privilegio è che la qualità della vita è innegabilmente alta. Abbiamo la fortuna di vivere in un territorio ancora pulito, e non è scontato. Tornando alla domanda in questione credo che la grande lezione impartita ai ragazzi sia quella di resistere, di non lasciarsi andare. Il rischio di farlo è infatti sempre dietro l’angolo. Detto ciò la crescita personale implica anche la necessità di uscire, di fare nuove esperienze, ma l’auspicio è sempre quello che ciò sia funzionale a ritornare portando nuove idee e conoscenze.

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