C'è una notte dei miracoli nella "Caput" dei penultimi

Daniela Amenta, nel suo ultimo libro "Dio non perdona Roma", narra una città delle disuguaglianze e i disagi di chi ci vive, ma con ironia e una sapiente scrittura.

C'è una notte dei miracoli nella "Caput" dei penultimi
La copertina del libro
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24 Giugno 2026 - 11.50 Culture


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di Pancrazio Anfuso

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Quando si dice una giornata particolare: in una Roma descritta con pennellate sapienti, tra pezzi di cronaca e scritte sui muri, all’improvviso la gente smette di morire. Anzi, addirittura, c’è chi resuscita, chi fugge seminudo a tutta velocità dalla terapia intensiva, chi, con una fiammata di vitalità, mostra il dito medio alla morte e si sottrae alla presa di Thanatos con un marameo.

Dio non perdona Roma (All Around, 175 pagine, 15 euro), il nuovo libro di Daniela Amenta, scandisce questa giornata ora per ora, con un ritmo incalzante e una serie di personaggi tutti da scoprire. Anche se qualcuno, a dire il vero, è una vecchia conoscenza per chi ha già letto La ladra di piante, esordio narrativo della scrittrice pubblicato nel 2015.

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Amenta è nota come critica musicale brillante e colta, elegante voce radiofonica e appassionata curatrice di piante e gatti. Nel suo curriculum figurano Frigidaire, Il Mucchio Selvaggio, l’Unità, Rai Stereonotte, Radio Città Futura, i quotidiani del gruppo Epolis, La7 e Radio Capital.

Nel romanzo l’autrice utilizza il tono già sperimentato in molti racconti dedicati a Roma, con particolare attenzione alla Montagnola, ribattezzata Little Mountain, già protagonista di Malatempora, cronaca semiseria della capitale ai tempi di Virginia Raggi: l’odissea quotidiana di cittadini alle prese con trasporti inaffidabili, buche, rifiuti e caos urbano.

La città è l’argomento centrale del libro: i personaggi si muovono su un fondale che svela tratti talvolta nascosti della Caput (così ama definirla l’autrice), ne descrive le diseguaglianze, le tensioni e la sofferenza diffusa di chi ci vive, con un uso efficace dell’ironia e un linguaggio vivace, che fa sentire il lettore dentro la scena, in un’alternanza apprezzabile di registro alto e linguaggio colloquiale. 

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Il protagonista principale è il vecchio cronista Riccardo Valdesi, che si muove insieme alla compagna Anna alla ricerca dei moribondi resuscitati e fuggitivi, nello scenario di una Roma alternativa, periferica, raccontata con uno sguardo acuto ed originale e riassunta, in appendice, in una piccola guida. 

Tutto il libro è dedicato ai penultimi, “pronti a tutto pur di tenersi un buchetto come casa, collezionare i volantini con le offerte dei negozi, andare al mercato alle due per recuperare quanto è rimasto fingendo disinvoltura… I penultimi sono i veri disperati di questa società dove non esiste il merito, dove il poco sapere che hai è preso a calci in culo, c’è sempre un privilegiato a sorpassarti a destra mentre tu pensi sia civile mantenere la corsia giusta”.

C’è più amore che insofferenza in queste pagine, insieme a un vernacolo romano personalissimo, punteggiato da battute fulminanti e improvvisi slanci che talvolta richiamano, nel linguaggio della routine dei cronisti, echi di Gadda e del Pasticciaccio brutto. Si avverte l’esperienza della cronista, si ascolta molta buona musica e si sorride davanti a figure grottesche come il clan dei cassamortari preoccupati per la mancanza di salme, il prete spagnolo, la suora automobilista, fino a un finale che assume i toni del thriller. Senza tradire il registro di fondo, che non perde mai di vista l’ironia, con qualche riflessione amara e qualche accenno autobiografico.

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In mezzo scorrono sprazzi di umanità, critiche sociali e riflessioni sulle dinamiche dell’informazione che accompagnano la storia. Senza svelare troppo, per non guastare la sorpresa al lettore, si può dire che il libro mantiene un buon ritmo e lascia un’impressione piacevole, con personaggi ben caratterizzati e collocati in modo efficace nella trama.

In foto l’ autrice del libro
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