di Lorenzo Lazzeri
Il consenso informato a scuola è legge. Il Senato ha approvato in via definitiva il ddl Valditara con 78 voti favorevoli e 38 contrari. Il provvedimento introduce l’autorizzazione scritta, preventiva e informata delle famiglie per le attività che riguardano temi legati alla sessualità nelle scuole medie e superiori. Per gli studenti maggiorenni il consenso sarà espresso direttamente dagli interessati.
Prima di chiedere la firma, gli istituti dovranno indicare obiettivi, contenuti, materiali didattici, modalità di svolgimento ed eventuale presenza di esperti esterni e le famiglie dovranno poter visionare il materiale. Per chi non partecipa la scuola dovrà predisporre attività alternative. La norma prevede anche il coinvolgimento degli organi collegiali nella scelta di enti, associazioni ed esperti. La disciplina cambia per infanzia e primaria. In questi due gradi scolastici le attività sui temi della sessualità sono escluse. Il testo non interviene sui programmi ordinari di scienze, dove continueranno a essere affrontati gli aspetti biologici. Il ministro Giuseppe Valditara ha rivendicato la legge come uno strumento per “ridare voce ai genitori” e ha respinto l’accusa di voler cancellare l’educazione affettiva. Secondo il governo restano l’educazione al rispetto, alle relazioni e all’empatia nell’educazione civica e la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili nei programmi scientifici delle medie.
La maggioranza presenta il provvedimento come una norma di trasparenza. “Pro Vita”, “Moige” e il network “Ditelo sui tetti” parlano di un passaggio storico per rafforzare l’alleanza tra scuola e famiglia. Le opposizioni leggono il testo in direzione opposta. Avs lo definisce una legge “integralista e ideologica”, il Pd parla di “pagina nera”, gli studenti dell’Uds accusano il governo di rispondere con divieti a temi centrali per la crescita. In Aula il clima è arrivato allo scontro verbale: il senatore dem Filippo Sensi ha raccontato di aver sfiorato il contatto fisico con Valditara dopo averlo accusato di essersi sottratto al confronto durante l’esame del provvedimento.
Il punto politico è il rapporto tra diritto dei genitori, autonomia scolastica e diritto degli studenti a ricevere informazioni corrette. La legge arriva in un Paese dove l’educazione sessuale e affettiva non è una materia obbligatoria e dove i percorsi dipendono spesso dai singoli istituti, dai progetti locali o dalla presenza di associazioni esterne. I dati spiegano perché il tema resta sensibile. Secondo Save the Children e Ipsos meno di un adolescente su due, il 47%, dichiara di aver ricevuto educazione sessuale a scuola. La stessa indagine indica che il 91% dei genitori è favorevole alla sua introduzione come materia obbligatoria. L’indagine Coop-Nomisma citata da Casco rileva che il 70% degli italiani vorrebbe rendere obbligatoria l’educazione affettiva e delle relazioni e che 9 su 10 la considerano utile per prevenire odio, emarginazione e violenza di genere.
Anche le conoscenze degli studenti risultano frammentate. WeWorld, in una consultazione condotta tra gennaio e febbraio 2025 su oltre 300 studenti di 26 scuole, rileva che quasi tutti conoscono l’Hiv/Aids, il 97,8%, mentre solo il 51,1% conosce l’Hpv e il 34,2% la clamidia. Il 14,4% pensa che il consenso possa essere “implicito” dentro una relazione e l’11,9% non considera violenza la menzogna sull’uso del preservativo. Il 28,5% delle ragazze dice di provare imbarazzo nell’acquisto di prodotti mestruali. Per il 49,2% degli intervistati l’educazione sessuale dovrebbe iniziare alle medie, per il 25,7% già alle elementari. Solo l’1,6% ritiene che questi temi debbano restare esclusivamente in famiglia.
La clausola di invarianza finanziaria pesa sull’applicazione. Le scuole dovranno gestire consenso, materiali, studenti non autorizzati e attività alternative senza nuovi fondi. Il rischio segnalato da associazioni, sindacati e dirigenti scolastici è che molti istituti rinuncino ai progetti per evitare burocrazia, aule separate, carichi organizzativi e possibili contenziosi. Il risultato potrebbe essere una scuola con meno voce in capitolo proprio sui temi verso cui gli adolescenti cercano risposte, spesso già altrove. WeWorld rileva che il 48,6% dei giovani si informa soprattutto su Internet, dove contenuti non verificati, pornografia e modelli relazionali distorti possono sostituire il confronto guidato con docenti ed esperti.