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Miles Davis, il genio che rivoluzionò il Jazz

Nel centenario della nascita dell’artista si celebra uno dei più grandi innovatori del jazz. Trombettista visionario e artista rivoluzionario, ha trasformato la musica del Novecento attraversando bebop, cool jazz e fusion, lasciando un’eredità che supera i confini del jazz stesso.

Miles Davis, il genio che rivoluzionò il Jazz
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25 Maggio 2026 - 19.57 Culture


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Celebrare il centenario della nascita di Miles Davis, nato il 26 maggio, significa rendere omaggio a uno dei più straordinari innovatori della musica del Novecento. La sua forza creativa, la capacità di anticipare i tempi e la convinzione che l’identità artistica risieda soprattutto nello stile personale e nel suono, hanno trasformato Davis in una figura capace di andare oltre i confini del jazz, diventando già in vita una leggenda.

Pochissimi artisti sono riusciti, come lui, a cambiare più volte le regole del proprio linguaggio musicale, aprendo continuamente nuove strade espressive. Un paragone possibile è quello con Picasso, artista che Miles sentiva vicino anche per la passione che nutrì, negli ultimi anni della sua vita, per la pittura.

Due elementi sono fondamentali per comprendere la grandezza di Davis: da un lato il trombettista, autore di un suono inconfondibile, essenziale e intenso, costruito sulla filosofia del “less is more”, dove silenzi e pause hanno lo stesso peso delle note; dall’altro il leader, capace di riunire intorno a sé talenti straordinari e guidarli verso nuove direzioni musicali.

La sua parabola artistica coincide in parte con l’evoluzione stessa del jazz. Ancora giovanissimo, frequentava i locali della 52ª strada di New York, cuore pulsante del bebop, mentre studiava alla Juilliard School. Ma il giovane di Alton, Illinois, sognava soprattutto di suonare accanto ai suoi idoli Charlie Parker e Dizzy Gillespie.

Lasciata la Juilliard, giudicata troppo accademica, Miles si immerse completamente nella nuova scena musicale. L’esperienza nel quintetto di Charlie Parker gli consentì non solo di assimilare il linguaggio del bebop, ma anche di conoscere la dura vita del musicista tra tournée, studi di registrazione e il carattere ingestibile del leader.

Il segno del suo destino artistico emerse presto: già nel 1948, a soli ventidue anni, Davis diede vita alla sua prima rivoluzione musicale. “Birth of the Cool”, nato dalla collaborazione con il raffinato arrangiatore Gil Evans, introdusse un nuovo modo di concepire il jazz. Ispirandosi alle atmosfere orchestrali di Claude Thornhill, Davis ed Evans crearono una formazione innovativa, arricchita da strumenti inconsueti come tuba e corno francese. Il risultato fu un suono più rilassato e sofisticato rispetto alle frenesie del bebop, destinato ad aprire l’era del cool jazz e del post bop.

Gli anni successivi furono segnati dalla dipendenza dall’eroina, una presenza devastante nella vita dell’artista. Durante una tournée a Parigi, tuttavia, Davis trovò un ambiente diverso da quello americano: accolto come una celebrità, visse anche una intensa relazione con Juliette Gréco. Tornato negli Stati Uniti affrontò un periodo drammatico, ma proprio allora affinò ulteriormente il proprio stile, rendendo la sordina uno dei tratti distintivi del suo suono.

Gli anni Cinquanta rappresentarono una fase decisiva. Il primo grande quintetto, con John Coltrane, Red Garland, Paul Chambers e Philly Joe Jones, segnò una delle vette dell’hard bop. Parallelamente proseguì il sodalizio con Gil Evans, autore di capolavori orchestrali come “Porgy and Bess”. Il culmine arrivò nel 1959 con “Kind of Blue”, considerato l’album simbolo del jazz moderno, una nuova rivoluzione che aprì possibilità inesplorate all’improvvisazione.

Dopo lo scioglimento del primo quintetto e la separazione da Coltrane, Davis attraversò una fase di profondi cambiamenti. Nacque così il secondo grande quintetto con Wayne Shorter, Herbie Hancock, Ron Carter e il giovanissimo Tony Williams, gruppo destinato a portare il jazz modale verso territori completamente nuovi.

Alla fine degli anni Sessanta, mentre il jazz si confrontava con il free jazz e con l’abbattimento delle barriere tra i generi musicali, Davis iniziò una nuova trasformazione. Grazie all’incontro con Betty Mabry, futura Betty Davis, scoprì artisti come Jimi Hendrix e Sly Stone e si avvicinò progressivamente all’elettrificazione del suo suono.

Da “In a Silent Way” a “Bitches Brew”, album che ottenne un enorme successo commerciale, Miles diede vita alla stagione della fusion, mescolando jazz, rock e funk. Cambiarono i musicisti, il modo di suonare e persino l’immagine pubblica dell’artista, che abbandonò gli eleganti completi per uno stile vicino all’estetica della blaxploitation.

In quel periodo nessun jazzista raggiunse una popolarità paragonabile alla sua. Album come “Jack Johnson” e “On The Corner”, inizialmente sottovalutati, sarebbero poi diventati punti di riferimento per l’hip hop e per molte generazioni successive. Accanto a Davis operava anche il produttore Teo Macero, protagonista di una rivoluzione silenziosa grazie all’uso innovativo del montaggio e della manipolazione sonora in studio.

La fine degli anni Settanta fu però segnata da un nuovo crollo personale: Miles si isolò dal mondo, minato dalla droga e da gravi problemi di salute. Solo nel 1981 tornò sulle scene, avviando una nuova fase artistica insieme a musicisti come Bill Evans e Marcus Miller, autore e produttore di “Tutu”, capolavoro dell’ultima parte della sua carriera.

Negli ultimi dieci anni di vita, fino alla morte avvenuta nel 1991, Davis continuò a reinventarsi. Trasformò brani pop come “Time After Time” e “Human Nature” in standard jazzistici, collaborò con artisti come Prince, Zucchero e Scritti Politti, e tornò persino a eseguire al Festival di Montreux, con Quincy Jones, quelle orchestrazioni di Gil Evans che aveva rifiutato di suonare per decenni.

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