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Il complesso rapporto tra gli dèi e la legge

Sul tema, un rilevante libro curato da Aglaia McClintock. Il volume contiene molti saggi tra cui quelli di Maurizio Bettini, Mario Lentano,Graziana Brescia, Francesca Prescendi oltre ai contributi di Bruce Lincoln, Carlo Pelloso, Gianluca De Sanctis e Luigi Garofalo.

Il complesso rapporto tra gli dèi e la legge
La copertina del libro
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18 Maggio 2026 - 15.29 Culture


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di Giannina Sani

Che rapporto c’è tra gli dèi e la legge? La domanda potrebbe sembrare inattuale, confinata come è nel mondo antico, e invece tocca uno dei nodi più profondi della storia delle istituzioni: da dove viene il diritto? Discende dall’alto, come comando divino? Nasce nella città, dalla decisione politica, dai rituali pubblici e dalla competenza dei giuristi? O è il risultato mobile di svariati fattori?

Il volume Gli dèi e la legge, curato da Aglaia McClintock per il Mulino, affronta questa domanda a partire da Roma antica, per interrogarsi circa il modo in cui una civiltà pensa il proprio ordine giuridico tenendo conto di tutta una molteplicità di piani: l’ordinamento cittadino, il rapporto con gli stranieri, il valore vincolante della parola, l’autorità e il divino. A Roma, il sacro non resta fuori dal diritto. Al contrario, viene assorbito, ordinato, tradotto in procedure, formule, riti, competenze. Gli dèi non appaiono essere la fonte sovrana della norma: in molti casi sono interlocutori di un ordine giuridico umano, quasi “soggetti” inseriti in un sistema di reciprocità. È qui che Roma si distingue da altri modelli antichi. Nel confronto tra Licurgo e Numa, per esempio, emerge una differenza decisiva: a Sparta la legge discende da Apollo; a Roma Numa non riceve passivamente la legge dal cielo, ma la costruisce attraverso l’istituzione di riti e l’interpretazione dei segni divini.

I saggi del volume si muovono in due direzioni. La prima mostra il tentativo romano di attrarre gli dèi nell’ordine del ius, di trasformare il rapporto con il divino in una relazione regolata, interpretabile, quasi negoziabile. In questa prospettiva si collocano i saggi di Maurizio Bettini, Mario Lentano, Graziana Brescia e Francesca Prescendi. Gli dèi possono essere accolti quasi come cittadini speciali, riconosciuti e regolati; prima di tagliare un bosco sacro bisogna rivolgersi alla divinità che lo abita e darle ciò che le spetta; perfino invocare un dio richiede la precisione di un atto giuridico, perché sbagliare nome, formula o destinatario significa esporsi al fallimento del rito. Ma questa precisione non esclude la possibilità di orientare il rapporto con il divino: se da una parte non si può sbagliare, dall’altra si può scegliere, interpretare, accogliere o respingere un presagio.

La seconda direzione individua gli ambiti in cui la disponibilità umana deve ricorrere alla negoziazione con il divino: la guerra, i confini, i corpi. Qui si collocano i saggi di Bruce Lincoln e Aglaia McClintock, Carlo Pelloso, Gianluca De Sanctis e Luigi Garofalo. Il confronto tra la Persia achemenide e Roma fa emergere come fine della politica l’aspirazione alla quies: una quiete non assimilabile alla semplice pace, ma fatta di assenza di paura e di ricomposizione dell’ordine non più minacciato I confini dell’impero non sono solo linee politiche, ma soglie custodite da forze invisibili.  Il corpo umano, poi, appare come l’ultimo confine: materia viva, spazio sacro, luogo in cui appartenenza divina e appartenenza giuridica si sovrappongono.

In questa architettura complessa il volume evita sia l’idea di un diritto originariamente “religioso”, sia quella opposta di una razionalità giuridica già pienamente secolarizzata. La cultura romana appare piuttosto come un continuo esercizio di religio (scrupolo) e di peritia (prudenza): ciò che viene dagli dèi deve essere convertito in rito, formula, interpretazione, istituzione; ma ciò che appartiene al diritto conserva sempre un residuo di invisibile, un divieto di oltrepassare alcuni limiti. Ed è proprio qui che l’antico si innesta nel presente. Oggi sono forse i confini del mondo e i confini del corpo a interrogare più duramente il diritto. Le guerre di espansione, i territori occupati, le frontiere minacciate mostrano l’inadeguatezza del diritto internazionale quando la forza pretende di ridisegnare lo spazio del mondo e le organizzazioni internazionali non riescono più a contenerla. Le scelte sulla vita, sulla morte, sulla cura, sull’appartenenza del proprio corpo mostrano, dall’altra parte, l’insufficienza del diritto privato quando deve proteggere davvero l’autonomia individuale e non soltanto invocarla

 Giacché il nostro mondo continua a produrre poteri che chiedono obbedienza, linguaggi che promettono ordine, paure collettive che invocano sicurezza, corpi e confini su cui si decide chi appartiene e chi resta fuori, la domanda antica: “da dove viene la legge?” resta una questione contemporanea.  Il volume curato da Aglaia McClintock non offre risposte consolatorie. Mostra piuttosto che ogni civiltà, per credere nella propria legge, ancora ha bisogno di raccontarsi da dove provenga: dagli dèi, dagli uomini, dai giuristi, o da quella fragile combinazione di ragione, paura e speranza che non smette di aspirare a una giustizia.

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