Fiorello al Salone del Libro: "La televisione italiana ha smesso di rischiare"

“Oggi siamo frammentati”: lo showman riflette su una TV condizionata dai social e dai tempi di attenzione brevi, che ha reagito alla trasformazione del pubblico diventando più rumorosa e ripetitiva

Fiorello al Salone del Libro: "La televisione italiana ha smesso di rischiare"
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18 Maggio 2026 - 21.35 Culture


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Rosario Fiorello, sorridendo come sempre, porta al Salone del Libro di Torino una critica che va oltre l’ironia: “È da almeno vent’anni che in tv, tra Rai e Mediaset, ci stanno riproponendo sempre gli stessi programmi”. A suo dire, i palinsesti italiani si ripetono di anno in anno, da “Ballando con le Stelle” ad “Amici”, fino a “Tale e Quale” e infine Sanremo.

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In dialogo con il critico televisivo Aldo Grasso, autore di Cara televisione, Fiorello costruisce un discorso che alterna racconto personale e frecciatine, con un punto centrale chiaro: la tv generalista italiana ha perso la capacità di rischiare, preferendo formati sicuri e ripetuti, pensati più per rassicurare chi li produce che per sorprendere il pubblico. “Mi dicono: fai tu qualcosa di nuovo!”, racconta Fiorello, “Io ci provo e infatti faccio cose per diversificare. Guarda caso ho fatto un programma alle sette del mattino”. Una scelta che sintetizza il suo percorso recente: allontanarsi dal prime time e sperimentare. Non a caso, lo showman ribadisce di non voler riproporre varietà già fatti come “Stasera pago io”, nonostante il pubblico continui a chiederlo.

Ma il discorso non è demolire il servizio pubblico, ma ricordargli la propria missione: “Noi siamo la Rai”, afferma Fiorello, non come slogan, ma come richiamo a un’idea culturale fatta di sperimentazione, varietà e rischio. La Rai dei grandi autori, da Renzo Arbore a Piero Chiambretti, dei sabati sera diventati rito nazionale.

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Da qui il ritorno all’infanzia, ricordando la televisione in bianco e nero con Mina, Raffaella Carrà, le gemelle Kessler e Pippo Baudo. Un’epoca in cui, secondo Fiorello e Grasso, la cura dei dettagli era maniacale e i nostri varietà erano i più belli del mondo. Non si tratta solo di nostalgia, ma del ricordo di una televisione che investiva. A cambiare, però, è anche il pubblico stesso. Fiorello sottolinea come “Oggi siamo frammentati”, dominati dai social e da tempi di attenzione sempre più brevi. “Non puoi fare un monologo di dodici minuti”, osserva, “dopo un minuto cambiano canale o scorrono via su TikTok”. Anche Aldo Grasso aggiunge “Vediamo tutto per frammenti”. Fiorello non rifiuta questa trasformazione, anzi ne riconosce la forza, ma critica il modo in cui la televisione ha reagito: invece di innovare, si è fatta più rumorosa, più ansiogena e più ripetitiva.

Un altro tema toccato durante l’incontro è la spettacolarizzazione della cronaca nera. Grasso cita il caso Garlasco e l’attenzione morbosa dei media; Fiorello è ancora più diretto: “Il morboso viene spalmato dal mattino alla sera. Io non lo seguo”. Nonostante la durezza delle critiche, Fiorello mantiene sempre un tono ironico, anche quando scherza sulle possibili reazioni dei vertici televisivi: “Magari domani ci licenzieranno”. Ma il punto di fondo resta: la televisione ha paura di abbandonare formule consolidate.

Eppure, Fiorello rappresenta un’eccezione. Anche a 66 anni, con autoironia, continua a mettere in discussione il proprio personaggio e il proprio linguaggio. “Noi quello che potevamo fare lo abbiamo fatto”, conclude quasi sottovoce, lasciando la possibilità di continuare. E infatti il pubblico lo saluta con un lungo applauso, mentre il dialogo con Grasso è ormai terminato.

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