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Calcio: il gioco più amato rischia di smarrire sé stesso

Dopo il colpo della Bosnia che ci ha eliminato dai Mondiali, adesso l'autosospensione del designatore Rocchi. Ma non è soltanto un fatto tecnico perché investe anche la nostra cultura in quanto riguarda il modo in cui il calcio italiano interpreta sé stesso.

Calcio: il gioco più amato rischia di smarrire sé stesso
Autosospeso il designatore arbitrale Gianluca Rocchi
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Marcello Cecconi Modifica articolo

26 Aprile 2026 - 20.42 Culture


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Che nel calcio italiano ci fossero strutture traballanti era lampante. Con l’uscita dai Mondiali per mano della Bosnia il movimento tellurico ha colpito duro lasciando ben visibili rovine fumanti. Prima di montare il cantiere di riparazione è arrivato lo scossone dal vertice della classe arbitrale. Gianluca Rocchi, responsabile delle designazioni in Serie A e B, ha deciso di autosospendersi dopo le polemiche legate alla gestione di alcune partite e ai sospetti, mai pienamente chiariti, di pressioni e valutazioni non uniformi. Una scelta che non ha precedenti recenti e che, al di là delle responsabilità personali, segnala un cortocircuito istituzionale nel cuore del sistema.

La vicenda nasce dalla stagione 2024/25 già segnata da errori arbitrali contestati, interventi del Var discussi, e una crescente sfiducia da parte di club, tifosi e addetti ai lavori. In questo contesto, la posizione del designatore, che dovrebbe garantire equilibrio, trasparenza e credibilità, è diventata sempre più esposta. L’autosospensione di Rocchi, formalmente un solo atto di tutela e non di ammissione di colpa, si è trasformata nei fatti in un vuoto di potere, aprendo interrogativi sulla governance arbitrale e sull’autonomia decisionale dell’intero comparto di fronte a campionati nazionali che stanno vivendo in questo la fase più calda.

Un episodio, questo, che rappresenta, l’ultimo tassello di una crisi che arriva da anni difficili, tra risultati sportivi altalenanti e tensioni politiche. La mancata qualificazione al prossimo Mondiale negli Stati Uniti, un macigno che frana sul sistema per la terza volta consecutiva, si intreccia con le voci, ritenute da molti irrispettose, di un possibile ripescaggio. Voci che hanno trovato una sponda mediatica ma sono state ridimensionate dall’intervento del ministro per lo Sport Andrea Abodi, che ha escluso scorciatoie e ribadito la necessità di meritarsi il campo.

Nel frattempo, la percezione pubblica è quella di un sistema calcio che fatica a tenere insieme le proprie regole. Dalla gestione arbitrale alle politiche federali, passando per i rapporti tra istituzioni e club, emerge una fragilità strutturale. Ma la crisi non è soltanto tecnica o episodica perché investe anche la nostra cultura in quanto riguarda il modo in cui il calcio italiano interpreta sé stesso, tra tradizione e modernità, tra autorità e supponenza, tra chiusura e trasparenza.

A rendere più profonda la frattura è anche la distanza sempre più crescente tra il calcio professionistico di ieri e quello di oggi. Un tempo lo stadio era luogo fisico di appartenenza, con dinamiche anche imperfette ma almeno radicate nel territorio. Oggi invece gran parte dell’esperienza si consuma attraverso piattaforme digitali come Dazn o Sky, che hanno trasformato il tifoso in abbonato e lo spettacolo in un mero prodotto. Una transizione che ha ampliato il pubblico e iniettato capitali ai club ma ha anche indebolito il legame diretto con il campo, rendendo il calcio più mediato e di conseguenza più freddo.

Di contro, negli spazi rimasti vivi, il peso di alcune frange organizzate del tifo ha finito per condizionare l’ambiente con presenza, talvolta ingombrante, di gruppi guidati da figure che esercitano un’influenza poco trasparente, con episodi criminali che negli anni hanno coinvolto anche la cronaca giudiziaria. Così si ottiene il paradosso che sugli schermi si materializza la globalizzazione del calcio mentre dall’altro, nei suoi spazi fisici, si va in ostaggio di dinamiche che non lo rappresentano.

A questo quadro si aggiunge anche il recente scandalo legato ad alcuni calciatori professionisti sorpresi nelle discoteche di Milano in situazioni poco compatibili con il ruolo pubblico che ricoprono. Ciò che colpisce è la leggerezza con cui certi comportamenti vengono esibiti, quasi fosse venuto meno il senso del limite tra vita privata e immagine professionale. In un’epoca in cui tutto viene amplificato dai social, queste vicende alimentano la percezione di un ambiente distante dalla realtà quotidiana dei tifosi, andando a erodere ulteriormente la credibilità del calcio italiano.

E allora c’è da sperare che l’ultimo tassello, l’autosospensione di Rocchi, pur traumatico, possa diventare un punto di partenza per ripensare criteri, responsabilità e processi decisionali. Prima di ridisegnare le nuove fondamenta tecniche del sistema è indispensabile un investimento che non sia solo economico, ma organizzativo e soprattutto etico in formazione degli arbitri e che comprenda la chiarezza dei protocolli Var insieme a una comunicazione ancora più aperta verso il pubblico.

La sfida sarà quella di gestire questa crisi come un’occasione e non come emergenza. Il calcio italiano ha già dimostrato in passato di cadere e di sapersi rialzare. Oggi la sfida è più complessa perché non basta aggiustare, bisogna rifondare e la fiducia nelle regole, nelle istituzioni e negli uomini è indispensabile. Il rischio che si sta correndo è che anche il gioco più amato può smarrire sé stesso.

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