Il cielo sporco: come i droni da 500 dollari hanno riscritto l’economia della guerra. III di IV

In Ucraina e nel Mar Nero quadricotteri commerciali convertiti in armi distruggono carri armati da milioni di euro e colpiscono petroliere della flotta-ombra russa. L’asimmetria economica ha reso obsoleta la protezione corazzata e permesso un blocco navale senza marina

Il cielo sporco: come i droni da 500 dollari hanno riscritto l’economia della guerra. III di IV
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27 Marzo 2026 - 12.51 Culture


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di Lorenzo Lazzeri

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I soldati ucraini la chiamano “cielo sporco”: una presenza continua e opprimente di droni sulla linea del fronte ormai così abituale da non essere più neppure percepita, una costante come le zanzare in estate. L’espressione compare nel saggio di Gianluca Di Feo, giornalista e analista militare, che descrive l’impatto dei droni e dell’intelligenza artificiale sui conflitti di oggi.

Da cosa è composto questo cielo? In gran parte è fatto di quadricotteri FPV, First Person View, piccoli droni pilotati in soggettiva attraverso un visore, acquistabili per 500-1.000 dollari e trasformati in armi kamikaze. Confrontiamone i costi. Un drone FPV costa meno di un proiettile d’artiglieria guidato, che può arrivare a 100.000-200.000 dollari. Un carro armato di ultima generazione, come Leopard 2 o Abrams, vale tra 6 e 10 milioni. Un singolo FPV può metterlo fuori uso o distruggerlo. Il rapporto costo-efficacia ha reso obsoleta, in molti contesti operativi, la protezione corazzata tradizionale. Non è più una questione di superiorità tecnologica: è una questione aritmetica.

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In molti contesti operativi la protezione corazzata tradizionale non basta più, è obsoleta. Il punto non è solo tecnologico: è economico. Il cambio di scala si vede bene nel confronto storico. Nel 2001 gli Stati Uniti impiegarono i primi grandi droni Predator, velivoli militari dal costo unitario tra 15 e 30 milioni di dollari, operati da personale specializzato a migliaia di chilometri di distanza. La guerra russo-ucraina ha rovesciato quel modello: quadricotteri commerciali da poche centinaia di dollari, comprati sul mercato civile, vengono adattati in poche ore per trasposrtare granate o cariche esplosive.

Di Feo parla di “dronizzazione selvaggia”: una proliferazione senza regole in cui la potenza di fuoco aerea non è più monopolio degli eserciti convenzionali. Le ricadute si vedono subito anche sul campo. Pioggia e vento, storicamente nemici del soldato in trincea, sono ora benedetti perché impediscono il volo dei piccoli droni.  Sul piano geopolitico cambia la soglia d’ingresso: anche paesi con risorse limitate o gruppi non statali possono esercitare una pressione militare concreta e affatto trascurabile, sfidando la superiorità delle grandi potenze. Sul piano tecnico, l’integrazione dell’intelligenza artificiale spinge verso sciami coordinati e sistemi capaci di continuare la navigazione anche sotto jamming, ovvero quando vengono disturbate le frequenze di controllo. Ciò accade grazie a un’autonomia locale di navigazione intelligente, alle reti mesh (un’infrastruttura a maglia dove ogni drone è un nodo di comunicazione autosufficiente e interconnesso) e all’intelligenza di sciame ispirata alle api, che permette ai droni di non collidere e di riconfigurare la formazione in caso di perdita dei componenti. Messa in pratica sul campo di battaglia, quando il segnale tra pilota e drone viene interrotto l’AI di bordo permette all’apparecchio di riconoscere il bersaglio e completare l’attacco senza guida umana nell’ultima fase del volo.

Lo stesso schema si è esteso anche al mare. Nel Mar Nero droni navali di superficie costruiti dall’industria ucraina hanno colpito ripetutamente unità della flotta russa, tra cui la petroliera SIG, attaccata nell’agosto 2023 vicino allo stretto di Kerch, e la nave da sbarco Olenegorsky Gornyak, danneggiata vicino a Novorossiysk il 4 agosto 2023. Le operazioni marine sono state efficaci e hanno dimostrato che si può contestare il controllo del mare e logorare una flotta anche senza disporre di una marina tradizionale. A questo scenario si aggiungono le munizioni circuitanti, altri droni progettati per restare in volo per ore in attesa di un bersaglio da agganciare. Rappresentano un esempio il Lancet russo, divenuto il simbolo della contro-batteria russa con un costo di circa 35.000 dollari, o l’Harop israeliano.

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Quanto scritto porta a riflettere su come l’economia della guerra stia profondamente cambiando. Per decenni la superiorità militare si è misurata anche nella capacità di investire più dell’avversario. Oggi un attore con risorse limitate, inventiva e competenza tecnica può infliggere danni sproporzionati a un avversario dotato di equipaggiamenti da miliardi di dollari. Per le forze armate tradizionali il problema adesso non è soltanto colpire, ma difendersi da armi che costano poche migliaia di dollari.

Quello qui pubblicato è uno dei quattro articoli dell’inchiesta.

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