Nei suoi 150 anni il ‘Corriere’ ha dato esempi di giornalismo di qualità, il rischio è che si pieghi, come altri quotidiani, alla logica dei social

In prima pagina al posto di Pasolini oggi c’è Alessandro D’Avenia e non è proprio la stessa cosa. Presente nei momenti decisivi della storia italiana

Nei suoi 150 anni il ‘Corriere’ ha dato esempi di giornalismo di qualità, il rischio è che si pieghi, come altri quotidiani, alla logica dei social
Il pezzo di Pasolini sul Corriere del 14 novembre 1974
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5 Marzo 2026 - 12.05 Culture


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di Giovanni Gozzini

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Nel mondo sono molto pochi i giornali che riescono ad arrivare a un secolo e mezzo di vita. Monumenti della storia come il World di Pulitzer non ci sono riusciti. Il Corriere della Sera sì e non è roba da poco. E pensare che gli esordi non erano stati dei migliori perché il Corriere era sostenuto da un caso classico di editore impuro, la famiglia cotoniera dei Crespi interessata, come tanti altri giovani imprenditori italiani di fine Ottocento, a che lo stato proteggesse con dazi la nascente industria italiana.

Sottolineo il participio presente “nascente” per chi oggi si illudesse che i dazi di Trump possano servire a qualcosa. Ma allora come ci è riuscito il Corriere ad arrivare al 150esimo compleanno? La ricetta sta, come diceva Brecht del comunismo, nella semplicità che è difficile a farsi: giornalismo vero di qualità. Non sempre, naturalmente. Sotto il fascismo, liquidato il vecchio direttore Albertini, il Corriere fu ligio esempio di servilismo. Ricordiamolo, pensando sempre a Trump: fascismo e nazismo non ebbero bisogno di cambiare la Costituzione. Si limitarono a minacciare di chiusura i giornali e quelli si adeguarono: meglio neri che morti. 

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Ma anche tra i giornalisti ci fu chi non si piegò. Uno di questi è Mario Borsa, fatto fuori nel 1926 ma che dopo il 1945 sarà direttore del Corriere. Già nel 1925 scriveva (mi scuso per la lunga citazione ma è uno dei pochi giornalisti che ha pagato di persona): “Il pubblico ha avuto appena una vaga e imperfettissima idea di tutto ciò che è avvenuto nel 1921 e 1922. Le purghe di olio di ricino, le randellate, le spedizioni punitive, i bandi, le distruzioni e gli incendi delle cooperative, delle Camere del lavoro, delle società operaie, (…) trovavano appena cenni fuggevoli, attenuati, deformati nella cronaca dei nostri maggiori giornali. La stampa italiana, fatte poche onorevoli eccezioni, aveva disertato il campo; aveva tradito la sua missione. (…) Rari sono stati i casi di sincerità e fierezza. (…) Io ho sempre pensato che se la stampa italiana in quel periodo avesse dato prova di maggior coraggio e previdenza, il fascismo non avrebbe preso un così largo sviluppo o, almeno, non sarebbe caduto in tanti eccessi. Ma la stampa ha lasciato fare senza opporre alcuna seria resistenza. Il suo silenzio poteva benissimo interpretarsi come una approvazione, una giustificazione, una sanatoria. Nel fatto era una deplorevole complicità.” 

Ecco come si arriva in buona salute a 150 anni: non comportandosi così. E invece tenendo la schiena dritta. Talvolta il Corriere l’ha fatto. Per esempio, pubblicando la notizia dell’avviso di garanzia a un presidente del Consiglio durante un summit mondiale. Solo i malati di dietrologia (che nella politica italiana abbondano) possono pensare a questo come un atto di guerra. Per i giornalisti quando c’è una notizia si da, anche soltanto per non fartela soffiare da altri. Ma il Corriere di segnali in controtendenza ne ha dati anche altri. 

Chi non ricorda (e chi non lo sa fa bene a informarsi) il pezzo di Pasolini “Cos’è questo golpe. Io so”. Rileggetelo quel pezzo: si capisce che si può fare giornalismo di qualità anche solo ospitando uno scrittore che non ha uno straccio di notizia ma solo il coraggio di un pensiero indipendente. Oggi il Corriere in prima pagina al posto di Pasolini ha Alessandro D’Avenia e non è proprio la stessa cosa. Ma il peggio è la ragione per cui Alessandro D’Avenia ci sta: perché ha molti follower sui social media. Se i giornali, compreso il Corriere che ha molti anticorpi, inseguono i social hanno il destino segnato, anche quelli con 150 anni d’età. E’ questo l’assillo dei giornali quotidiani oggi. 

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