L’Iran ha lanciato una nuova ondata di attacchi con missili e droni contro Israele e diverse città del Golfo, mantenendo la promessa di ritorsione per l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei, al potere nel Paese dal 1989. Domenica mattina sirene d’allarme sono risuonate in più riprese nel centro di Israele e in alcune aree della Cisgiordania occupata, mentre esplosioni sono state segnalate a Doha, Dubai e Manama. Deflagrazioni sono state udite anche nei pressi dell’aeroporto di Erbil, in Iraq, dove è presente personale della coalizione guidata dagli Stati Uniti.
Il presidente del Parlamento iraniano ha accusato il presidente statunitense Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di aver “superato le linee rosse” di Teheran e ha avvertito che ne “subiranno le conseguenze”. Trump, in un messaggio sui social media, ha intimato all’Iran di non reagire, minacciando in caso contrario una risposta con una forza “mai vista prima”.
I media di Stato iraniani hanno nel frattempo annunciato la morte di diversi alti ufficiali militari, tra cui il capo di stato maggiore Abdolrahim Mousavi, il ministro della Difesa Aziz Nasirzadeh, il comandante delle Guardie Rivoluzionarie Mohammad Pakpour e il capo del Consiglio di difesa Ali Shamkhani, sostenendo che sarebbero stati uccisi durante una riunione dell’organismo. Secondo l’organizzazione con sede negli Stati Uniti HRANA, almeno 133 civili sono morti e circa 200 sono rimasti feriti nei raid statunitensi e israeliani di sabato, con episodi registrati in 18 province iraniane.
Il consigliere per la sicurezza nazionale Ali Larijani ha messo in guardia i “gruppi secessionisti” da qualsiasi tentativo di sfruttare la situazione, promettendo una risposta dura e invitando all’unità nazionale. Nei giorni scorsi Trump aveva esortato il popolo iraniano a “riprendersi il Paese”, definendo l’attuale momento “la più grande occasione” per un cambio di potere.
A Tehran migliaia di persone si sono radunate nel centro della capitale per piangere Khamenei, vestite di nero e con ritratti dell’ex leader, scandendo slogan come “morte all’America” e “morte a Israele”. Parallelamente, sono emerse segnalazioni di festeggiamenti isolati, con alcune persone che avrebbero esultato dai tetti delle abitazioni.
La tensione si è propagata ben oltre i confini iraniani. In Karachi, la più grande città del Pakistan, centinaia di manifestanti hanno tentato di assaltare il consolato statunitense, infrangendo alcune finestre prima di essere dispersi da polizia e forze paramilitari con manganelli e gas lacrimogeni; almeno un manifestante è morto e diversi sono rimasti feriti negli scontri. Proteste si sono registrate anche a Baghdad, dove gruppi di dimostranti hanno cercato di entrare nella Green Zone che ospita l’ambasciata americana.
Migliaia di musulmani sciiti sono scesi in piazza anche nello Kashmir amministrato dall’India, convergendo nel centro di Srinagar tra slogan anti-americani e anti-israeliani. Il capo del governo locale Omar Abdullah si è detto “profondamente preoccupato” per gli sviluppi in Iran, invitando però alla calma per evitare nuove tensioni.
Sul piano diplomatico, l’International Atomic Energy Agency ha annunciato la convocazione di una riunione straordinaria per lunedì, su richiesta della Russia, in risposta ai raid statunitensi e israeliani che, secondo Trump, miravano a fermare i tentativi iraniani di “ricostruire il proprio programma nucleare”. Nel frattempo, l’Iraq ha proclamato tre giorni di lutto nazionale, parlando apertamente di “palese atto di aggressione”, mentre la regione resta in allerta per il rischio di una pericolosa escalation.