Al Museo Archeologico Nazionale torna l’Urna del Bottarone: dal fango alla rinascita | Giornale dello Spettacolo
Top

Al Museo Archeologico Nazionale torna l’Urna del Bottarone: dal fango alla rinascita

Sessant’anni dopo l’alluvione che nel 1966 sommerse la città sotto due metri di acqua e fango, uno dei reperti più importanti dell'arte etrusca torna finalmente visibile al pubblico. 

Al Museo Archeologico Nazionale torna l’Urna del Bottarone: dal fango alla rinascita
Preroll

redazione Modifica articolo

28 Febbraio 2026 - 17.19 Culture


ATF

Un ritorno che è anche un riscatto: quello di uno dei capolavori etruschi travolti dalla furia dell’Arno e oggi restituito alla collettività dopo un lungo e complesso restauro. Allora l’acqua non risparmiò neppure il Museo Archeologico Nazionale di Firenze, invadendo laboratori di restauro, archivi fotografici e reperti di inestimabile valore. Tra questi, l’urna in alabastro nota come del Bottarone. Ora il museo la presenta in anteprima assoluta in occasione di tourismA 2026 – Salone Archeologia e Turismo Culturale, organizzato da Archeologia Viva, con la mostra “I colori dell’alabastro. Il restauro dell’Urna del Bottarone a sessant’anni dall’alluvione di Firenze”.  

“L’Urna del Bottarone è stata un esperimento ben riuscito di restauro, con una collaborazione a più livelli tra professionisti, risorse pubbliche e l’utilizzo di fondi internazionali. Un’eccellenza che restituisce un messaggio positivo per il futuro del patrimonio culturale a noi affidato: dalla catastrofe dell’alluvione a una nuova vita per l’urna etrusca e per il Museo”, ha dichiarato il direttore Daniele Federico Maras. La nuova campagna di interventi, avviata nel 2022, è stata resa possibile grazie a un bando per il restauro dei beni culturali mobili nato dall’accordo internazionale tra il governo italiano e il Consiglio Federale svizzero. Il finanziamento non solo ha sostenuto studi diagnostici e operazioni conservative ma ha permesso anche la creazione di un laboratorio di restauro permanente all’interno del museo, intitolato a Erminia Caudana.

Realizzata tra il 425 e il 380 a.C. in alabastro bianco con venature grigie, l’urna fu scoperta nel 1864 in circostanze non documentate nella località Bottarone (o Butarone), nei pressi di Città della Pieve. Passata attraverso la collezione di Giorgio Taccini e poi acquistata dal collezionista fiorentino Giuseppe Pacini, entrò nel 1887 nelle raccolte del museo fiorentino. Il coperchio scolpito raffigura una coppia di marito e moglie uniti in un abbraccio, un’iconografia unica nella scultura funeraria chiusina dell’epoca, che solitamente rappresentava il defunto accompagnato da un demone femminile alato. Proprio questa particolarità rende il manufatto un unicum nel panorama dell’arte etrusca.

Ma quello ora concluso non è il primo restauro dell’opera: infatti, dopo l’alluvione del 1966, l’urna fu oggetto di un primo lavoro tra il 1969 e il 1970, sotto la supervisione di Francesco Nicosia. Erano gli anni della nascita del Centro di Restauro Archeologico della Toscana, ente fondato proprio per far fronte ai danni al patrimonio artistico subiti durante l’alluvione e che aveva sede nei locali del museo. Per l’epoca si trattava di un laboratorio all’avanguardia che negli anni ha avuto un ruolo fondamentale per il restauro in Italia, e la sua chiusura nel 2019 è stato un danno.  In quel primo intervento i restauratori si focalizzarono sulla rimozione del fango. Con il tempo, tuttavia, le superfici dell’urna si ingrigirono progressivamente e la testa maschile evidenziò problemi di stabilità strutturale, rendendo necessario un nuovo e più approfondito restauro.

La recente campagna, con protagoniste alcune delle più evolute tecnologie di analisi, ha riservato sorprese straordinarie: grazie alle nuove indagini diagnostiche e di imaging, è stato possibile individuare e mappare tracce di blu egizio, ocre e cinabro, ricostruendo così con maggior precisione l’impatto cromatico originario dell’opera. «Le indagini di imaging hanno dato risultati entusiasmanti: abbiamo individuato il blu egizio e potuto mappare la policromia, immaginando l’urna nel suo aspetto originario», ha spiegato Giulia Basilissi, funzionaria restauratrice conservatrice del museo.

Dal grigiore lasciato dal fango alla vivacità dei pigmenti antichi, l’Urna del Bottarone torna così a raccontare non solo la storia di una coppia etrusca di oltre duemila anni fa ma anche quella di una città rinata che però ancora ha molto da far riscoprire.

Native

Articoli correlati