Quarant’anni fa, sotto un cielo plumbeo che versava pioggia su Palermo, il quartiere dell’Ucciardone divenne l’ombelico del mondo giudiziario per l’inizio del Maxiprocesso, denominazione giornalistica del processo penale che, per primo in Italia, veniva celebrato per crimini di Mafia.
In soli sei mesi, lo Stato aveva eretto una struttura imponente, un’aula bunker che per la sua architettura futuristica e la velocità di realizzazione venne ribattezzata “l’astronave”. Non era solo un edificio, ma la risposta tangibile e spettacolare a una stagione di sangue che aveva mietuto vittime tra magistrati, forze dell’ordine, funzionari di Stato, politici e giornalisti. Quel 10 febbraio 1986, l’ingresso dell’aula fu preso d’assalto da una folla di cronisti, fotografi e operatori arrivati da ogni continente, testimoni di un rito collettivo che prometteva di riscrivere la storia d’Italia.
Dietro le sbarre di quel tribunale sedevano i volti del potere criminale, ognuno con la propria messinscena: Luciano Liggio, il quale ostentava un sigaro spento e una tuta sportiva, quasi a voler deridere l’autorità; Pippo Calò, che manteneva un’eleganza composta e gelida; Michele Greco, apparso più tardi, il “papa” della mafia, che dai salotti palermitani era passato ai covi di campagna, portando in aula una ritualità quasi mistica fatta di citazioni bibliche. Tra gli imputati spiccavano anche figure di collegamento con il mondo esterno, come i potenti esattori Nino e Ignazio Salvo. Grandi assenti fisici, ma presenze incombenti, erano i latitanti Totò Riina e Bernardo Provenzano, i fantasmi di una guerra che non era ancora finita.
Il vero protagonista del dibattimento fu però Tommaso Buscetta, il “boss dei due mondi”. Il suo carisma e le sue rivelazioni, raccolte con pazienza e acume da Giovanni Falcone, squarciarono il velo sull’organizzazione interna di Cosa Nostra. Prima delle sue deposizioni, la mafia era percepita come un insieme di bande disorganizzate; fu lui a spiegare che si trattava invece di una struttura ben precisa, piramidale e unitaria, retta da regole ferree. Buscetta si rivelò un accusatore implacabile, capace di annientare i suoi ex alleati nel confronto diretto, tanto che nessun imputato ebbe più il coraggio di sfidarlo dopo aver visto Calò soccombere sotto il peso delle sue parole.
A governare questo tempio della giustizia fu chiamato Alfonso Giordano, un magistrato dai modi miti ma dal carattere d’acciaio che non si lasciò intimidire dai tentativi della difesa di far deragliare il processo. Al suo fianco sedeva Pietro Grasso, testimone e attore di quei giorni cruciali che avrebbero segnato la sua intera carriera.
Dopo 349 udienze estenuanti e una camera di consiglio durata ben 36 giorni, il 16 dicembre 1987 la sentenza sancì una vittoria storica: 19 ergastoli e oltre duemila anni di reclusione complessivi. L’aspetto rivoluzionario fu il riconoscimento giuridico del cosiddetto “teorema Buscetta”, stabilendo che i vertici della Cupola erano responsabili dei delitti eccellenti anche senza essere stati gli esecutori materiali. Fu la fine dell’impunità per i mandanti, un’eredità indelebile lasciata da Falcone e Borsellino che per primi avevano intuito la necessità di colpire il cuore strategico dell’organizzazione. Tuttavia, quel successo non fu il capitolo finale.
La vendetta di Cosa Nostra si manifestò prima con l’omicidio di Salvo Lima e poi con l’orrore delle stragi di Capaci e via D’Amelio. Oggi, in quella stessa aula bunker, centinaia di studenti si riuniscono per onorare quella memoria, ricordando che “l’aula bunker è un luogo dell’anima”, dove la democrazia ha trovato la forza di guardare il male negli occhi come documentato nelle cronache dell’Agenzia ANSA che hanno ripercorso questi quarant’anni di storia.