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Il Mediterraneo si trasforma in un abisso di indifferenza

Il silenzio delle istituzioni avvolge la possibile scomparsa di mille persone inghiottite dal mare durante l'ultima tempesta.

Il Mediterraneo si trasforma in un abisso di indifferenza
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3 Febbraio 2026 - 11.53 Culture


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di Azzurra Arlotto

Il Mediterraneo non è più solo un confine geografico, ma si sta trasformando nel palcoscenico di quello che potrebbe essere il dramma umanitario più profondo degli ultimi anni. Il passaggio del ciclone Harry ha lasciato dietro di sé una scia di incertezze che, stando alle denunce raccolte da Mediterranea Saving Humans, assumerebbe contorni numerici spaventosi. Se le autorità europee si erano inizialmente fermate a una stima di 380 dispersi risalente a fine gennaio, le voci che giungono direttamente dalle comunità dei rifugiati in Tunisia e Libia descrivono una realtà ben più cupa. Si parla di oltre mille vite spezzate, un mosaico di esistenze che sembrano essere svanite nel nulla tra le onde e le tempeste che hanno sferzato la rotta di Sfax.

La genesi di questa ondata di partenze disperate sembra legata a una drammatica combinazione di fattori: da un lato la furia degli elementi, dall’altro l’intensificarsi dei rastrellamenti militari tunisini negli accampamenti informali che ha spinto centinaia di persone a tentare la sorte proprio mentre il maltempo si faceva più feroce. La denuncia politica si fa sentire con forza attraverso le parole di Laura Marmorale, presidente della Ong, la quale sottolinea come, di fronte a una tragedia di tali proporzioni, i governi di Italia e Malta abbiano scelto la strada del mutismo e dell’inerzia. Secondo l’organizzazione, “si stanno delineando i contorni della più grande tragedia degli ultimi anni lungo le rotte di questa zona marittima ma i governi di Italia e Malta tacciono e non muovono un dito”.

Questa assenza di reazione ufficiale stride con il racconto frammentato ma doloroso che arriva dai sopravvissuti e dai familiari: nomi di persone che risultano ormai irraggiungibili, telefoni che non squillano più e l’assenza totale di notizie dai centri di detenzione o dalle zone desertiche. Particolarmente sconvolgente è la testimonianza di Ramadan Konte, unico superstite di un naufragio soccorso da un mercantile, che ha raccontato di aver visto intorno a sé centinaia di corpi galleggiare senza vita mentre rimaneva aggrappato a un salvagente per oltre 24 ore.

Al grido di allarme civile si unisce la riflessione etica e spirituale di don Mattia Ferrari, cappellano della Ong, che pone l’accento sulla responsabilità collettiva di una società che sembra aver smarrito la capacità di indignarsi. Per il sacerdote, ci troviamo di fronte a “un dato che non può non scuotere le nostre coscienze, eppure questo grido continua ad essere avvolto dal silenzio”. A rendere ancora più amaro il bilancio sono le storie individuali che emergono dal fango dell’indifferenza, come quella di un noto attivista nigeriano per i diritti umani e di intere famiglie scomparse nel nulla, tra cui due gemelline di pochi mesi che non hanno superato l’impatto con le onde. L’analisi di Ferrari non risparmia nessuno, individuando nell’assenza di soccorsi e nella chiusura delle frontiere le radici di un’ingiustizia che condanna migliaia di “fratelli e sorelle” all’oblio.

Mentre le istituzioni celebrano la riduzione degli sbarchi come un successo politico, la realtà sottostante rivela che il “cono d’ombra” creato dalle attuali politiche migratorie ha trasformato un evento meteorologico estremo in un massacro che si poteva e si doveva evitare. L’invito generale è quello ad una presa di coscienza radicale, una speranza che il “risveglio delle nostre coscienze” possa finalmente interrompere la spirale di indifferenza che permette a simili catastrofi di consumarsi nell’ombra della cronaca.

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