Dopo il boicottaggio del cantante Nemo, l'Eurovision2026 mostra crepe sempre più visibili | Giornale dello Spettacolo
Top

Dopo il boicottaggio del cantante Nemo, l'Eurovision2026 mostra crepe sempre più visibili

I sabotaggi aprono fratture che l’EBU fatica a ricomporre: Italia è dentro, ma divisa. Altri Paesi restano alla finestra e mentre la gara va avanti e il consenso sulla partecipazione del genocida Israele resta al palo

Nemo Kedriki boicotta-e restituisce il premio
Preroll

redazione Modifica articolo

12 Dicembre 2025 - 17.38 Culture


ATF

di Lorenzo Lazzeri

La restituzione del trofeo Eurovision 2025 da parte di Nemo (ultimo vincitore del song Contest) ha fatto da detonatore: non ha aperto la crisi nei confronti della gara, semmai l’ha resa leggibile. Dopo la conferma della partecipazione di Israele, cinque Paesi si sono tirati indietro e l’Eurovision 2026 é entrato in una zona grigia dove le decisioni formali reggono, mentre il contesto scivola via. Il gesto del cantante svizzero, infatti, pesa più di molte dichiarazioni ufficiali: non chiede mediazioni, mette un punto. E quel punto resta lì, anche mentre si prova a voltare pagina.

La partecipazione dell’Italia resta confermata, ma il fronte interno è tutt’altro che compatto. In RAI la linea della direzione convive con prese di posizione opposte nel Consiglio di amministrazione e con una mobilitazione sindacale che non si è spenta. Negli ultimi giorni, anzi, il tema è tornato nei corridoi e nei programmi di approfondimento. Fuori, l’opinione pubblica segue due traiettorie polarizzate che non si incontrano. C’è chi invoca coerenza con i ritiri europei e chi difende l’idea di un concorso separato da tutto il resto. Una separazione che, però, oggi regge poco, ed è qui che nascono le tensioni più difficili da ricomporre.

Anche tra i Paesi ancora in gara il quadro resta instabile: in Belgio il dissenso passa dalla frattura tra le due emittenti pubbliche, VRT e RTBF, con pressioni diverse e un dibattito che non si è chiuso; in Norvegia una petizione firmata da artisti e operatori culturali continua a circolare, e la NRK (l’emittente pubblica norvegese) viene spinta a riconsiderare la scelta; in Finlandia, alcuni musicisti hanno chiesto apertamente una presa di posizione più netta da parte di Yle, (emittente statale finlandese).

La Svezia, invece, che conosce bene il peso simbolico dell’Eurovision, mantiene una linea prudente, ma il tema resta sul tavolo della SSR. In Austria, che ospiterà l’evento a Vienna, la macchina organizzativa va avanti, mentre in città non mancano proteste e prese di distanza dal mondo culturale. In Svizzera, oltre a Nemo, altri musicisti hanno espresso disagio. Curiosamente, sono proprio i Paesi che parlano di neutralità a mostrare più crepe al loro interno.

Israele risponde con fermezza, ringrazia i Paesi rimasti e accusa chi si ritira di trasformare la cultura in uno strumento politico. La partecipazione viene rivendicata come segnale di normalità, quasi di resistenza. Nei media israeliani il racconto insiste sull’idea di un’Europa divisa e su un’EBU che ha scelto di non arretrare. Intanto il calendario avanza, le iscrizioni restano formalmente aperte, e qualche emittente preferisce prendere tempo, senza chiudere del tutto la porta a un ripensamento.

La sensazione, almeno seguendo questi passaggi, è che la lista dei ritiri possa non essere chiusa. Anche un’uscita dell’ultimo momento, magari parziale o simbolica, cambierebbe ancora il quadro. E pure se non accadrà, chi vincerà lo farà su un palco segnato da assenze, contraddizioni e nervi scoperti. Una vittoria certo valida, di Pirro forse, ma difficilmente incontestabile e forse neppure del tutto desiderabile.

Native

Articoli correlati