Nel Giotto ritrovato in Santa Croce Francesco ci ricorda di dialogare e non fare guerre

Restaurate le sei scene francescane nella Cappella Bardi a Firenze. Un’operazione “complessa e necessaria”, dice Emanuela Daffra. Che aiuterà a sciogliere il dilemma della datazione

Nel Giotto ritrovato in Santa Croce Francesco ci ricorda di dialogare e non fare guerre
Giotto, “La prova del fuoco davanti al Sultano” dopo il restauro, Cappella Bardi, Basilica di Santa Croce, Firenze. Foto Opera di Santa Croce
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Stefano Miliani Modifica articolo

11 Settembre 2026 - 23.46


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Dopo quattro anni il restauro ha reso più nitido il ciclo di sei storie francescane nella Cappella Bardi nella Basilica di Santa Croce a Firenze per mano di Giotto e della sua bottega. Completato il lavoro incluse le analisi, la documentazione e le mappature posteriori all’intervento. La visione è più chiara, in special modo in numerosi dettagli architettonici e in quel gioco di sguardi e gesti di cui il pittore toscano è stato maestro insuperabile. Irene Sanesi, presidente dell’Opera di Santa Croce che gestisce il complesso monumentale abitato dai francescani, nel presentare la conclusione dei lavori ha citato un tema che l’artista aveva affrontato, con esiti sublimi, nella Basilica superiore di San Francesco ad Assisi e che è di bruciante attualità.

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Giotto, dettaglio della Rinuncia dei beni paterni” durante il restauro, Cappella Bardi, Basilica di Santa Croce, Firenze. Foto Opera di Santa Croce

Il pittore e aiuti si basarono sulla biografia di Bonaventura da Bagnoregio. Sei scene su due pareti contrapposte più figure sulla parete di fondo e, sul soffitto, le allegorie delle virtù francescane. Nella parete destra della Cappella il santo si confronta con il sultano ayyubide al-Malik al-Kamil, incontrato realmente da Francesco in terra d’Oriente durante una crociata, e affronta la cosiddetta “prova del fuoco”. Il riquadro “ci ricorda l’empatia e l’importanza del dialogo, sempre” suggerisce con acume Sanesi davanti alla platea nel Cenacolo dove viene presentato l’intervento.

La parete sinistra, quella di fondo e quella di destra della Cappella Bardi, Basilica di Santa Croce, Firenze, in una combinazione di tre foto dell’Opera di Santa Croce

Allora diventa inevitabile riflettere: l’azione, culturalmente aperta e perciò ancora dirompente del santo di Assisi, obbliga a pensare all’oggi, per esempio al giorno in cui il presidente nordamericano Trump e il capo del governo israeliano Netanyahu hanno scatenato la guerra in corso contro l’Iran per interessi politici personali e di dominio, non per gli iraniani né per la democrazia. Rattrista rammentare come la nostra presidente del Consiglio Giorgia Meloni abbia risposto che non approvava né condannava l’attacco.
Ponzio Pilato ha fatto scuola, Francesco non avrebbe approvato.

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Giotto, dettaglio della “Morte di San Francesco” dopo il restauro, Cappella Bardi, Basilica di Santa Croce, Firenze. Foto Stefano Miliani

Accantoniamo tanto cinismo e torniamo alla pagina felice del restauro. Senza cianciare a vanvera di ritorno all’originario splendore: è sempre un’assurdità irraggiungibile, tanto più in un testo pittorico pieno di lacune piccole e grandi quale ha questo ciclo di 180 metri quadri.
Quale Giotto “nuovo”, se possiamo esprimerci così, vediamo adesso? “Lo vediamo meglio, non nuovo”, corregge e puntualizza a globalist.it Emanuela Daffra, soprintendente dell’Opificio delle pietre dure, l’istituto del Ministero della cultura che ha eseguito l’intervento. “L’intensità espressiva, l’attenzione all’architettura come elemento che governa e aiuta il significato delle scene, la capacità di creare il contesto storico di ogni avvenimento, sono cose che sapevamo. Ora le vediamo con una nitidezza straordinaria e ne apprezziamo la qualità pur sapendo che vediamo un’ombra del ciclo giottesco, non di più”.

Giotto, la parete sinistra dopo il restauro, Cappella Bardi, Basilica di Santa Croce, Firenze. Foto Stefano Miliani

Questo capitolo aiuterà gli specialisti a districare l’annosa domanda sul periodo di esecuzione? Il dibattito contempla gli anni immediatamente successivi al 1317 (questo anno è l’unico punto sicuro), il periodo prima del 1328 quando andò a Napoli oppure quello posteriore al 1333 quando l’artista lasciò la città degli Angiò. “Abbiamo raccolto una tale mole di dati che andrà metabolizzata e intrecciata e mi auguro ci aiuterà – commenta Emanuale Daffra -. Tutti gli elementi che abbiamo discusso anche in seno al comitato scientifico e i dati materiali emersi dal restauro devono ancora essere vagliati e incrociati dal punto di vista storico-artistico. Adesso offriamo il testo rivisto con lo sguardo attuale e con una serie di elementi conoscitivi ulteriori da cui si ripartirà”.

Giorgio Bonsanti, già soprintendente dell’Opd, giù docente universitario, è uno dei più qualificati esperti di restauro a livello internazionale ed è nel comitato scientifico dell’intera operazione presieduto da Cristina Acidini: “La leggibilità è sicuramente migliore – osserva alla nostra testata – Si possono cogliere anche aspetti coloristici che prima non erano accessibili”. Riguardo alla cronologia? “Rimane una questione aperta se sia venuta prima la Cappella Peruzzi o quella contigua, la Bardi. La maggior parte degli studiosi, e sicuramente io fra quelli, è del parere che la Bardi sia successiva”. Lo studioso pensa “grosso modo agli anni dal 1325 al 1328, precedenti di pochissimo al suo trasferimento a Napoli”.

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Carlo Sisi è storico dell’arte consigliere della Fondazione Cr Firenze la quale, in parallelo alla Associazione per il restauro del patrimonio artistico italiano – Arpai, ha finanziato l’intera operazione che ha avuto un costo complessivo di un milione di euro. A suo parere Giotto quando ha dipinto la Cappella Bardi? “Sono un ottocentetista e non voglio lanciarmi in datazioni. Il restauro consente di mettere a punto una lettura dell’opera di grande precisione, dà la possibilità di fare un raffronto analitico, direi quasi grammaticale, dell’opera, quindi penso che aiuterà a orientarci”.
Poco dopo, nel Cenacolo, Sisi ricorda che il cantiere aperto “A tu per tu con Giotto” concepito dalla Fondazione Cr Firenze ha permesso a 2.529 visitatori di salire sui ponteggi in 579 visite e di vedere a livello dei propri occhi dettagli e scorsi incomparabili.

Giotto, dettaglio con scorcio del tetto della “Apparizione della regola” sulla parete sinistra dopo il restauro, Cappella Bardi, Basilica di Santa Croce, Firenze. Foto Stefano Miliani

Oggi nessuno occulterebbe un Giotto, secoli fa accadde. Coperto prima del 1730, il ciclo fu scoperto nel 1851 e restaurato e ampiamente integrato, nelle lacune, con i criteri dell’epoca. Nel 1957-59 il restauratore Leonetto Tintori eliminò molte integrazioni riportando le scene a uno stadio più vicino a quello del ‘300. “In 70 anni – rammenta Daffra alla platea – c’è stata l’alluvione, ci sono l’inquinamento, le polveri sottili, il turismo, il cambiamento climatico che hanno portato danni come il sollevamento della pellicola pittorica e la presenza di sali che disgregano la pellicola. Il restauro è stato complicato ed era necessario”. Nelle grandi lacune, spiega, “si è deciso di non intervenire e si è pensato di restituire lo scheletro della composizione. Tutte le lacune più piccole (circa cinquemila ndr) sono state colmate con l’integrazione cromatica: l’insieme ha riacquisito una straordinaria coerenza” e ora possiamo vedere “con nitidezza la capacità dei dettagli di Giotto”.  

Quattro anni di lavori, 180 metri quadri di pittura, 13 restauratori, 107 professionisti impegnati, dieci istituti universitari e di ricerca coinvolti, l’indispensabile comitato scientifico, un generoso sostegno finanziario di un milione di un euro”, elenca sempre Daffra ai presenti al Cenacolo di Santa Croce. E fa alcuni nomi. “Maria Rosa Lanfranchi, Renata Pintus, Lorenza Alcaro, Sara Marrani, Eleonora Mazzocchi: loro sintetizzano le 107 persone che ci hanno lavorato”. Una squadra coinvolta in un cantiere collettivo in cui si sono unite più istituzioni (la chiesa è uno degli 872 di proprietà del Fondo edifici di culto del Ministero dell’interno).

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La Cappella Bardi, a sinistra, e la Basilica di Santa Croce di Firenze dove la Cappella Bardi è quella illuminata a destra dell’abside. Foto Stefano Miliani

Per informazioni e approfondimenti sul restauro, li trovate in questa sezione nel sito dell’Opera di Santa Croce:
https://www.santacroceopera.it/news-eventi/giotto-torna-a-mostrarsi-nella-cappella-bardi-concluso-il-restauro-delle-storie-d/

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